venerdì, Maggio 7, 2021

L’energia della vergogna di Fazil’ Iskander

La vergogna può generare un’energia positiva, è una forza da convogliare e riadattare alle proprie necessità, un pungolo per superare i propri limiti. Potremmo dire che è questo il nocciolo della narrazione dolce-amara di Fazil’ Iskander, classico della letteratura caucasica in lingua russa. Il giovanissimo protagonista scopre il potente sentimento grazie ad una canzoncina licenziosa che egli ovviamente non coglie, per la sua ancora intatta ingenuità infantile. Ma il doppio registro, il doppio fondo delle allusioni sessuali gli offre una nuova prospettiva di interpretazione e gestione della sua complessa realtà multietnica, nell’Abcasia sovietica a ridosso del secondo conflitto mondiale. «Cominciai a riflettere sulla natura misteriosa della vergogna» dice il bambino, che ha chiari addentellati autobiografici autoriali, e che inquadra varie situazioni esperienziali attraverso il filtro della vergogna: la bellezza del volto femminile ai suoi occhi infantili sembra quasi nuda e impudica, tanto da doverla coprire in un accesso di “chadorofilia”, l’educazione tradizionale da montanari caucasici gli impone di sopportare pudicamente il dolore e non piangere “come un bambino”, lo stesso ignominioso patto Molotov-Ribbentrop è un’impudicizia politica bell’e buona, uno degli scandalosi zig-zag del potere stalinista, mentre privilegio dello zio matto è quello di essere privo di vergogna, e dunque libero da convenzioni. L’infamia di una cattiva pagella gli fa salire la febbre e la lettura dei voti diventa una sorta di esecuzione pubblica. E, ancora, il giovane narratore sottolinea la “triangolazione” della vergogna, la necessità di un terzo incomodo perché questa si sveli in tutta la sua potenza alternativa; è così che funziona il “meccanismo dello spioncino”: finché non ci scoprono a mettere l’occhio nel buco della serratura godiamo dello spettacolo, se un Altro però a sua volta guarda noi nell’atto, la vergogna inverte la percezione della scena. Infine, in questo formidabile romanzo di formazione immerso e filtrato attraverso le varie funzioni e declinazioni del sentimento vergognoso, spunta sul finale una variante inattesa: il pudore della vittoria. Dopo essere riuscito a cacciare un vicino molesto, il protagonista prova pietà per il suo ipotetico misero avversario. Da allora in poi proverà spesso la «pietà eretica per il nemico sconfitto». (Massimo Tria)